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Aprire le porte alla vita nel segno della custodia, della cura e del dono (Mons. Bertolone)

Aprire le porte alla vita nel segno della custodia, della cura e del dono
Messaggio per la 42ma Giornata mondiale della Vita – 2 febbraio 2020


Carissimi,

1.47º Giornata mondiale della vita.Celebriamo quest’anno la 47° Giornata mondiale della vita, istituita nella primavera del 1978 su proposta della Commissione famiglia della CEI e col parere positivo di tutti i vescovi, pochi giorni prima dell’approvazione della legge 194 sulla depenalizzazione e relativa regolamentazione delle modalità di accesso all’aborto. Lo slogan per questa giornata è: “Aprire le porte alla vita”. Sono passati soltanto pochi mesi da quanto il Santo Padre Francesco ha consegnato alla Chiesa, e in modo particolare ai giovani, l’Esortazione apostolica postsinodaleChristusvivit. L’esordio del documento è un vero e proprio canto alla vita: Cristo vive e ti vuole vivo! L’esortazione del Papa è segno tangibile che la Chiesa non si è mai rassegnata anzi, si è fatta e si fa costantemente, con rinnovato ardore,promotrice di una cultura della vita in un mondo che non cessa di guardare con sempre più stupore al progresso della scienza e della tecnica non soltanto in ambiti accademici, ma anche nel vivere quotidiano dei cittadini; basta pensare all’uso ormai diffuso non solo dei dispositivi digitali, bensì di quegli strumenti che supportano l’essere umano nelle sue molteplici attività sfruttando con estrema semplicità l’intelligenza artificiale le cui prestazioni, fino a poco tempo fa, erano esclusivamentedi pertinenzadell’intelligenza umana. Tutto questo – come già intuiva S. Giovanni Paolo II nella lettera con la quale istituiva la Pontificia Accademia per la Vita, Vitae mysterium(11.2.1994) – «mentre apre affascinanti prospettive d’intervento sulle sorgenti stesse della vita, pone pure molteplici ed inediti interrogativi di ordine morale, che l’uomo non può trascurare senza correre il rischio di compiere passi forse irreparabili».

2. Etica della custodia, della cura.Ogni epoca ha le proprie fragilità che possono diventare lacerazioni ed innanzi alle quali ognuno di noi, specialmente se cristiano, ha la responsabilità di prendere posizione. Oggi ci troviamo in un tempo di mutamenti così rapidi che la coscienza, in specie se poco formata e informata a valori evangelici, fatica a rielaborare. Ai continui e costanti stimoli, segue una scarsa attenzione, che aggrava la complessità,elemento caratteristico della postmodernità. L’essere costantemente legati a scenari per lo più virtuali, esprime la fragilità dell’uomo moderno, sempre più ansioso e instabile, perché convinto di doversi appoggiare sempre su qualcuno o qualcosa che risolva i suoi problemi esistenziali. Come ha osservato qualcuno, il nostro è un tempo malato di desiderio; «il desiderio umano, che di suo è aperto all’infinito - non si appaga se non in Dio - viene contratto nella pulsioneistantanea, consumistica, che divora il tempo perché non sa rimandare la soddisfazione e divora gli altri perché non si accontenta mai e li usa come oggetti intercambiabili. È il tempo in cui ogni desiderio rivendica il diritto a esprimersi, quale ne sia il prezzo (penso in particolare ai diritti riproduttivi); e il diritto ritiene che ogni sua limitazione sia una forma di barbarie, per cui ciò che la tecnica permette, esso lo dovrebbe ratificare. Con la conseguenza che il diritto diventa un privilegio e le disuguaglianze sociali crescono, perché qualcuno ha più diritti di altri» . A questo punto mi chiedo se abbia ancora senso e valore parlare di custodia e di cura, nella fragilità delle relazioni, a tutti i livelli: con sé stessi anzitutto, poi con il prossimo, con la società,col creato, con Dio. Il discorso sulla vita, che dovrebbe essere uno dei valori unanimemente riconosciuti, non interessa neppure chi, pur malato di desiderio, sopprime questo bisogno essenziale soffocandoloconuna cultura di morte, come più volte osservatoda papa Francesco. Questo si verifica anche nei nostri territori inquinati dalla presenza della ‘ndrangheta con la minaccia, la paura, le intimidazioni e la violenza. In una simile cultura, non possono trovare spazio custodia e cura. L’uomo è capace di custodire solo se riconosce l’altissima dignità conferitagli dal Creatore: essere sempre a sua immaginee sua somiglianza. E così nei rapporti con la natura, l’uomo non ne è semplicemente parte ma,vertice, custode, interprete, in forza del suo conoscere e agire e si rapporta anche come “soggetto”, chiamato a scegliere tra una cultura di vita o di morte. Dice il Siracide: «Egli da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l'essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano» (Sir 15,14-16). Accanto alla custodia necessita la cura che Zanardo definisce come: «Essa è il lavoro dell’anima che protegge la qualità della relazione. In questo senso, è il primo e il più essenziale lavoro, se è vero che il lavoro è la custodia del mondo. Prendersi cura è coltivare, cioè far sì che qualcosa e soprattutto qualcuno porti frutto». Celebrare la Giornata della vita significa prendersi cura della vita, averla a cuore, favorirla, sempre e comunque, anche quando essa potrebbe sembrare una seria minaccia dalla quale difendersi. Dobbiamo avere il coraggio di credere e dire che la vita è un dono, sempre.

3. Etica del dono.Ho fatto cenno all’etica della custodia e della cura, la quale non avrebbe senso se non la si riferisse all’etica del dono. Se entriamo in quest’ottica, ecco che le cose cambiano, soprattutto se il dono riguarda non tanto gli oggetti, quanto i beni relazionali, esistenziali. Permettetemi di riportare questo antico racconto dal sapore sapienziale che credo ci faccia entrare appieno nella logica del dono: «Il gioco degli scacchi è uno dei più antichi del mondo, per quanto non si sappia con precisione chi l’abbia inventato: si presume i cinesi, alcune migliaia di anni fa, o forse gli indiani. Lentamente, con il progredire delle relazioni commerciali, si diffuse in altre regioni e specialmente in Persia, dove divenne ben presto popolare e dove i pezzi acquistarono forme ben definite. Essi erano indicati come Re, Consigliere, Elefante, Cavaliere, Carro di guerra, Soldati. Il gioco arrivò in seguito in Egitto, portato da un ambasciatore persiano che volle insegnarlo anche al Faraone. Questi, entusiasta del gioco, al termine della partita, per testimoniare la propria gratitudine, invitò l’ambasciatore ad esprimere un desiderio qualsiasi che sarebbe stato senz’altro esaudito. L’interpellato rispose che voleva del grano: un chicco sulla prima casella della scacchiera, due chicchi sulla seconda, quattro sulla terza e così continuando e raddoppiando, fino alla sessantaquattresima casella. “Una cosa da nulla” proclamò il Faraone, stupito che la richiesta fosse così misera, e diede ordine al Gran Tesoriere di provvedere. Dopo oltre una settimana il funzionario, che nel frattempo aveva tentato di fare i conti, si presentò dicendo: “Maestà, per pagare l’ambasciatore non solo non è sufficiente il raccolto annuale dell’Egitto, non lo è neppure quello del mondo intero, e neppure i raccolti di dieci anni di tutto il mondo sono sufficienti”. La storia non dice come rimase il Faraone: si suppone piuttosto male. In caso di incredulità di qualche lettore lo invitoa fare i calcoli magari con le moderne macchine, in breve tempo, dovrà constatare che il funzionario aveva detto al Faraone nient’altro che la verità.
Ora,se ad ogni chicco di grano corrispondesse una nostra idea, un nostro ideale, un valore evangelico che pienamente incarniamo, posto sulla scacchiera del mondo, donato ed offerto agli altri in un’ottica di dare e ricevere senza interessi, ognuno di noi sarebbe veramente possessore e datore di una infinità di cose. Se, infatti, come sto facendo, vi regalo un mio pensiero, esso continua ad appartenere a me, ma ciascuno di voi, potendo, potrà assumerlo come proprio, magari arricchendolo o modificandolo a suo piacimento, per poi magari, donarlo a sua volta! Pensate a quale enorme ricchezza di scambio, dono, relazione. Donare unisce le persone,rinsalda le amicizie, ne crea di nuove, che passo dopo passo possono tradursi anche in abbondanza di scambi, di commercio, di solidarietà, di civiltà, di felicità personale e sociale. Insomma, mettendo in pratica l’etica del dono, che trova in Cristo Gesù la sua fonte e la sua ispirazione, ci facciamo promotori di una cultura di vita.

4. La vita redenta e santificata da Cristo Gesù.In Cristo, che è la vita del mondo fin da principio, esiste ed ha vita ogni essere creato: dall’uomo, la più alta creatura, al più piccolo e insignificante essere presente sul cosmo. È Paolo a ricordarlo: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà…» (Ef 1,4-5). Cristo Gesù si offre come modello e come esempio per tutti noi: facendosi in tutto dono al Padre e all’umanità. Al Padre ha costantemente offerto i suoi pensieri, i suoi desideri, la sua volontà; all’umanità ha offerto la riconciliazione e la giustificazione. Come ci ricorda ancora l’Apostolo: «In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noicon ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto…» (Ef 1,7-9). Ecco perché siamo chiamati anche noi a farci dono per gli altri.
A tutti voi che celebrate questa Giornata della vita non posso non ricordare che la vita è vera vita in Cristo perché da lui santificata, redenta, oltre che in lui comunicata ad ogni uomo e ad ogni realtà creata dal Padre, fonte, sorgente e origine della vita: «Siamoinfatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone:, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (Ef 2,10). Abbiate il coraggio di farvi promotori di una cultura di vita e non di morte, secondo il desiderio di papa Francesco che insistentemente ci rammenta che una civiltà si misura dalla capacità di custodire la vita, di aprire le porte alla vita, in unorizzonte chiaro di ospitalità. Per questo sono un attentato alla vita sia il terrorismo, la guerra, la violenza, la denutrizione, sia l’aborto e l’eutanasia, l’omertà, la diffamazione, la calunnia, la violenza. Noi cristiani dobbiamo avere il coraggio di denunciare tutto questo! Purtroppo, però, siamo noi i primi, complice la cultura odierna che ci sovrasta, a collaborare in prima persona, o semplicemente col nostro silenzio omissivo, all’edificazione di una cultura di morte e non di vita.
La Vergine Maria, che ha saputo custodire con fede nel suo grembo il Verbo della Vita, doni a tutte le mamme che portano nel grembo una vita fragile, anche quando fosse il frutto di un errore, il desiderio dell’accoglienza e dell’ospitalità. A coloro che lottano tra la vita e la morte e ai loro familiari, schiacciati dal peso della sofferenza, la Vergine offra la sua materna assistenza perché non desistano nel dolore, ma sappiano offrirlo al Signore per la santificazione del mondo. A coloro che si nutrono dei frutti avvelenati della guerra, della violenza e del terrore, la Vergine conceda il dono della perseveranza nel bene. A tutti voi, fratelli carissimi, offro questi brevi pensieri perché aiutino a far maturare sentimenti capaci di promuovere una cultura di vita autentica e duratura.
Chiedendovi umilmente di pregare per me, paternamente e fraternamente di gran cuore tutti benedico!


Catanzaro, 20gennaio 2020


? P. Vincenzo Bertolone, S.d.P.
Arcivescovo di Catanzaro Squillace


@ 22-01-2020 # Catechesi
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