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OMELIA 6 GIUGNO (Caritas Catanzaro novena S. Antonio)


OMELIA 6 GIUGNO (Caritas Catanzaro 13.na S. Antonio)
Ringrazio gli amici confratelli per la proposta di meditazione sulla Caritas in occasione della tredicina in onore di Sant’Antonio.
Questa occasione ci aiuta a riflettere sul dono della carità.
E’ facile parlare della carità quando devono farla gli altri, ma tutti siamo chiamati alla caritativa perché nessuno è così povero da non poter dare nulla e nessuno è così ricco da poter bastare a se stesso.
Se pensiamo seriamente sul perché della carità e domandiamo a noi stessi ponendosi di fronte ad uno specchio, scopriamo come, spesso, la caritativa è limitata.
Cos’è questo limite?
Spesso siamo legati al buonismo, cioè, viviamo l’elemosina come segno completo di carità. Papa Francesco diceva:”E’ facile risolvere il problema della fame nel mondo, difficile è condividere”. Questa condivisione fa la differenza perché non si tratta di volontariato o di solidarietà, ma di carità, cioè, di riscoprirsi nel volto dell’altro, nel volto di Cristo.
Ogni uomo è povero.
Pensiamo al 13 giugno, quando si svolgerà la benedizione del pane. Da quando eravamo piccoli ci hanno sempre insegnato che il pane non si mette capovolto sulla tavola perché è come capovolgere la faccia di Gesù e che, se proprio bisogna buttarlo, occorre prima recitare una preghiera ecc…
Tutto questo ha un significato molto profondo, al di là del semplice gesto di baciarlo e di fare il segno della croce ecc.. Carità, come ci insegna anche Sant’Antonio, è giustizia. Non si dà al povero, lasciando che egli rimanga sempre povero, ma lo si aiuta, si condivide la sua storia perché egli possa sperare.
Già, la speranza è il tesoro dei poveri!
La sua dignità, innanzitutto!
Ho capito questo anni fa, quando insieme ad una mia amica, aiutavamo una famiglia bisognosa. Lei mi disse che voleva comprare delle uova di Pasqua per quella famiglia ed io le risposi:”Facciamo, invece, una spesa alimentare”. Lei mi sottolineò:”No, perché in quella famiglia ci sono bambini ed è giusto che anche loro festeggino la Pasqua”.
Voi che siete più anziani, riportate l’esperienza del bisogno, di una storia che non è poi tanto lontana. Pensate, in particolare, al dopoguerra, ma pensate anche ad oggi. La storia ci riporta sempre un nuovo bisogno. Cambia il volto dell’uomo, ma non quello di Cristo che riconosco nel volto dell’uomo.
La giustizia sta alla base perché ogni uomo possa ricominciare a camminare e non sia sempre assoggettato all’elemosina.
Vi riporto un paragone che spesso viviamo in famiglia. Quando un genitore ha un figlio disabile, sappiamo bene la difficoltà che comporta vivere con l’altro che ha bisogno di una tua presenza costante e, nello stesso tempo, la tua difficoltà. Il tuo essere caritativa è impegnarsi perché l’altro possa riacquistare una dignità che spesso viene esclusa. Come dice Papa Francesco:”La cultura dello scarto”.
Ma dopo? Quando tu non ci sari più?
Spesso noi non teniamo conto di questo perché abbiamo l’orgoglio di consideraci unici e pensiamo:”Dopo non m’interessa. Se la vedranno gli altri”.
La giustizia è legata alla speranza, altrimenti vivremo ciò che ogni giorno abbiamo di fronte: La cultura del buonismo che genererà soltanto assistenzialismo.
La Caritas svolge, innanzitutto, il compito di educare alla carità, di educare l’uomo perché possa riacquistare la sua dignità, senza sostituirsi allo Stato, perché ogni uomo è anche cittadino e, quindi, ha diritti e doveri. La carità coinvolge, si condivide e non si scarica sull’altro. E’ difficile educare a saper amare. La frase di Don Giovanni Calabria che mi piace ripetere in tante occasioni”Fate il bene ma fatelo bene”, significa svolgere un cammino, innanzitutto, come Comunità.
Come l’hanno avuto i santi, occorre chiedere a Dio la grazia di saper riconoscere i segni dei tempi, di saper riconoscere il vero bisogno dell’altro e, come mendicanti di Cristo, chiedere di essere noi risposta alla domanda che l’altro ci pone.
Non serve un pane per soddisfare nell’uomo la fame dello stomaco, ma un pane perché egli possa vivere.
Uno dei primi sacerdoti che in Italia si è preoccupato dei giovani vittime della droga, raccontava :”Un giorno incontrai un tossicodipendente che mi disse”Dammi un mano”. Io gli porsi mille lire, ma egli rispose:”Voglio una mano per uscire da questo dramma”.
Ecco la nostra vocazione, il nostro destino: Essere ciò che siamo, perché voluti ed amati da Dio. Noi siamo una mano per la domanda dell’altro.


@ 05-06-2018 # Catechesi
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